Il silenzio sulle agevolazioni alla Chiesa

Dalla Rassegna stampa

L`intervento and-evasione del cardinale Angelo  Bagnasco, questa la verità, si è rivelato un boomerang:  e a rilevarlo non sono stati soltanto i Radicali  o un drappello di agnostici razionalisti, ma anche  giornali come LaStampa, Libero, Repubblica e il  Corriere della Sera, questo tralasciando vari e accalorati  interventi in rete. È stato il pulpito ad insospettire,  ed è statala straordinarietà della crisi a rendere  possibile un`accennata discussione sull`indiscutibile:  cioè i privilegi fiscali della Chiesa. Persino  il prudentissimo Corriere, dopo cento righe di cerimoniale  dialettico, ieri l`ha scritto: «È innegabile che  la Chiesa in Italia goda di un regime fiscale agevolato,  anche in alcune sue attività commerciali, certo  legittime, ma inevitabilmente in concorrenza con  piccoli imprenditori che le tasse devono pagarle  tutte». Il riferimento è all`esenzione parziale  dell`Ires e totale dell`Ici per gli edifici cosiddetti «adibiti  a culto», espressione che qualche cavillo gesuitico  ha reso estremamente elastica: il calcolo è difficile,  ma non è azzardato ipotizzare che le tasse non  pagate dalla Chiesa - secondo una stima dell`Unione  europea - ammontino a circa 4 miliardi di euro,  più o meno l`intero contributo di solidarietà che gli  italiani saranno chiamati a pagare nei prossimi tre  anni. Giusto, sbagliato? Una sola categoria non ha  partecipato alla discussione oppure l`ha liquidata,  peggio, come una schermaglia tra mazziniani e clericali:  la nostra classe politica. Radicali a parte, si sono  segnalati pochissimi interventi che hanno brillato  per vacanza o per reticenza. Tutto il centrodestra  ha sostanzialmente taciuto. Da sinistra, invece, ha  palesato dubbi il «rottamatore» del Pd Pippo Civati  («non capisco perché a sinistra non se ne possa neppure  parlare») ma gli ha subito risposto Maria Rosaria  Bindi, secondo la quale un emendamento per far  pagare l`Ici alla Chiesa «non lo appoggeremo», ha  detto, perché «la Chiesa è una grande ricchezza per  la società italiana, l`unica veramente impegnata  con il volontariato nella lotta alla povertà». Come se  la discussione vertesse su questo, come se non stessimo  invece parlando delle attività «non commerciali»  della Chiesa che tuttavia commerciali lo sono  eccome. A parte una difesa d`ufficio di Pierferdinando  Casini, poi, è intervenuto il margheritino

Pierluigi Castagnetti che in un articolo sull` Unità ha  precisato che le esenzioni non riguardano solo la  Chiesa cattolica - identica posizione di Avvenire ma  tutte le confessioni e tutti gli enti non commerciali  come sono ad esempio le associazioni sportive  dilettantistiche, quelle di volontariato, le onlus eccetera.  Un falso argomento, visto che in Italia le succitate  categorie di associazioni appartengono quasi  tutte alla Chiesa. Però «non è vero», ha aggiunto Castagnetta,  «che basti inserire una cappella in un immobile  per godere del beneficio». Ha ragione, non  basta una cappella dentro un immobile: può anche  essere fuori, e su questo possiamo solo invitare Castagnetti  e Avvenire a informarsi meglio, perché le  cose non stanno come dicono loro: soprattutto per  quanto riguarda alberghi, ristoranti, cinema, cliniche,  scuole, impianti sportivi e interi palazzi con appartamenti  in affitto. Se stessero come dicono loro,  del resto, non dovrebbe esserci problema ad approvare un  emendamento semplice semplice, più volte  proposto in passato: l`esenzione dall`Ici deve essere  riservata esclusivamente a luoghi come chiese, santuari,  sedi di diocesi, parrocchie, biblioteche e centri  di accoglienza. E però emendamenti del genere  sono stati sempre respinti, e non è chiaro perché.  Cioè: è chiarissimo. Un tartufesco intervento del governo  Prodi, nel 2006, precisò che il privilegio  dell`esenzione dall`Ici era da intendersi esteso a tutte  le attività «non esclusivamente commerciali»:  un`espressione abbastanza ambigua da meritarsi  un`indagine della Commissione europea (tutt`ora  in corso) per verificare sei citati vantaggi fiscali non  siano contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza.  Vantaggi che sono tanti altri, invero: dagli  oneri di urbanizzazione per l`edilizia «di culto» ai  contributi statali perle scuole cattoliche, dagli insegnanti  di religione – pagati dallo Stato - all`esenzione  delle imposte doganali per tutte le merci dirette  dall`estero al Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del  Paese. Questo senza considerare che i lavoratori  che lavorano in società con sede in Vaticano - parliamo  di lavoratori italiani - non pagano completamente  l`Irpef. E questo senza considerare - anche se  si fa una certa fatica - l`incredibile partita di giro  dell`8 per mille, quella che ogni anno indirizza alla  Chiesa cattolica 1`80 per cento delle quote di 8 per  mille che gli italiani scelgono espressamente di non  donare a nessuno. Fanno circa 600 milioni di euro.  Vogliamo parlarne?A quanto pare, no.

 

 

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