Vendola: «Questi Cie sono incostituzionali»
«Hanno incapsulato la detenzione amministrativa in luoghi dove procedere a espulsioni collettive in modo da non essere tenuti a considerare caso per caso, persona per persona come l'esercizio del diritto vorrebbe»: ci mette un attimo Nichi Vendola a smascherare il paradigma incostituzionale dei Centri di espulsione e identificazione (Cie). Il presidente della Regione è con i cronisti che hanno aderito alla giornata di mobilitazione indetta da Fnsi e Ordine nazionale dei giornalisti contro la circolare del primo aprile scorso con cui il ministro dell'Interno Maroni vieta ai giornalisti l'ingresso i tutti i centri per migranti.
Vendola legge tra le righe di quella esclusione: «Quando viene interdetto l'esercizio del diritto di cronaca e, in prospettiva, anche l'esercizio del diritto di critica, vuol dire che siamo in presenza di luoghi opachi, in cui si rischia di vedere sospesi diritti costituzionali, di luoghi in cui è possibile che avvengano violazioni di diritti umani». «Questo blocco è inaccettabile, è nello stile di chi gestisce la vicenda immigrazione in termini esclusivi di disordine pubblico, di chi fa fatica a immaginare che la sicurezza la si costruisce con le pratiche di inclusione e accoglienza e non con le logiche di repressione e marginalizzazione di esseri umani che vengono spogliati dei diritti». «Per noi questo non è possibile perché tutta la realtà di uno straniero che può essere un profugo, un fuggiasco, portatore di storie drammatiche, viene invece ammutolita da questa dimensione di un potere che non sa distinguere, non sa ascoltare, non sa accogliere».
Come superarli? «Chiudendoli. E lavorando sulle risorse dell'integrazione, riflettendo su quello che la Caritas non a caso ci fa sapere. E cioè che su cinque euro spesi per ogni migrante 4 afferiscono alle misure di sicurezza, un solo euro è destinato all'integrazione».
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