Lo strapotere delle toghe
È difficile negare che alla ,pesante pressione esercitata dai mercati finanziari sul nostro debito sovrano sia estranea la grave crisi politica che in questo momento sta attraversando il nostro Paese. Ed è invece facile dire che se effettivamente il Parlamento fosse in condizioni di creare una nuova e solida maggioranza in grado d'assumere provvedimenti di riforma, strutturale come si dice, le cose di certo sarebbero diverse. Perché quel diffuso senso di sfiducia nelle possibilità di reazione del nostro sistema politico fanno sì che gli investitori, sempre spietati inutile illudersi, prendano di mira i nostri titoli di Stato, imponendo al Tesoro d'incrementare gli interessi pur di collocarli sul mercato. È un circolo vizioso dal quale diventa arduo venir fuori, perché l'entità attuale del debito pubblico è tanto elevata che si ha bisogno di contrarne dell'altro per provvedere semplicemente al pagamento degli interessi sul preesistente. Dunque, è oggi vero che Silvio Berlusconi ed il suo governo sono un serio ostacolo alla ripresa italiana: la fiducia interna ed internazionale ridotta all'osso, una maggioranza risicatissima e congiunturale, insieme a meccanismi istituzionali già vecchissimi alla metà del secolo scorso quando furono varati per un malissimo inteso senso dei pesi e contrappesi, tutto ciò costituisce una implosiva miscela che paralizza la reazione. Eppure fermarsi a questo lascerebbe del tutto insoddisfatti: perché in realtà si guarderebbe solo all'esito ultimo d'un intreccio che è più articolato. Certo, non può negarsi che Silvio Berlusconi abbia commesso un madornali errori, ed in buona compagnia: ricordo solo la vicenda Fini. Ma nemmeno può negarsi che in Italia c'è da troppo tempo un fattore di disturbo nei processi politici, costituito dalla inusitata presenza della magistratura. Da quando ha vinto le ultime elezioni il capo del Governo è stato oggetto delle più incredibili attenzioni da parte dell'ordine giudiziario: a partire dalla vicenda di Noemi Letizia, a venire a quella di Ruby passando attraverso i più consistenti processi che lo vedono coinvolto per vicende della sua azienda ed a finire con la condanna senza precedenti per perdita di chance ad oltre 500 milioni di euro. L'opera di demolizione dell'immagine e della psiche del premier è stata, si può dire, radicale ed ininterrotta. Non c'è alcun dubbio che Berlusconi sappia metterci del suo: l'ultimo esempio, nominando ministro Saverio Romano. Ma non c'è nemmeno dubbio che privare l'uomo della serenità indispensabile a governare abbia costituito un contributo di valore alla distruzione politica del personaggio. Io ho difficoltà a credere che Berlusconi sia l'unico uomo politico a spassarsela: innumeri casi stanno lì a provare l'esatto contrario. Ma altrove non si vede la magistratura indagare su donnine e sniffatine di leaders. Demolire un uomo politico interessandosi della sua vita privata non è affatto impresa complessa: e la magistratura, quando vuole, ha opportunità uniche per entrare sinanche nei più reconditi cantinati dell'animo umano, figurarsi in quelli di ville e palazzi intensamente frequentati. Il problema è che quando si demolisce il capo di un Governo, si trascina con lui anche il relativo Paese, soprattutto se non si hanno i mezzi per imporne l'uscita di scena. E l'uscita di scena, il cosiddetto gesto di responsabilità è ben difficile possa ottenersi quando il grado di personalizzazione della battaglia giunga a livelli tanto elevati: il passo indietro può chiedersi e dolorosamente compiersi quando si tratti di funzioni pubbliche, non quando il coinvolgimento riguarda l'essere stesso dell'uomo politico: nessuno si suicida a cuor leggero, almeno finché sano di mente.
Ora, potrò, come sempre, sbagliare: ma a me pare che la pesante condizione interna ed internazionale nella quale ci troviamo, molto debba all'operato di una magistratura alla quale il sistema politico e l'ordinamento giuridico non sono in grado di chiedere d'agire di conserva con gli altri poteri. La ridicola copertura dell'obbligatorietà dell'azione giudiziaria - la definiva tale già negli anni '70 Marco Pannella, ed è ancora là tal quale - questa ridicola copertura consente di scegliere irresponsabilmente dove indirizzare le risorse della giustizia penale, che è leva preziosa. E questo significa che la Giurisdizione, contravvenendo alla sua intima funzione d'insostituibile strumento per la tenuta della comunità, possa tranquillamente compiere investigazioni in grado d'affondare un Paese, senza che alcun serio bene giuridico sia in cambio preservato. Non ho dubbi che Berlusconi dovrebbe lasciare; ormai, mi ripeto, è personaggio tragico: qualsiasi cosa faccia per salvarsi, va sempre più giù; ma non ho, altrettanto, dubbi che se non s'interverrà seriamente su questa disfunzione istituzionale solo italiana, potremmo risparmiarci le elezioni se prima non avremo acquisito il benestare d'alcuni individuati ambienti.
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