Mutilazioni
Sicuramente, l'America sta attraversando uno dei momenti peggiori della sua storia. E tuttavia trova il tempo per incartarsi - leggo su un quotidiano - dietro una questione che potrebbe essere senz'altro definita secondaria se non offrisse risvolti di qualche interesse, o almeno di divertente curiosità, La turbolenza è stata scatenata dal referendum popolare indetto a San Francisco, grazie alla raccolta di poche migliaia di firme, per chiedere ai cittadini di votare in merito alla liceità o meno della circoncisione dei minori, presentata come una vera e propria "mutilazione" alla quale non possono essere sottoposti i minorenni su richiesta dei genitori o chi per loro. Sembra che intorno al "referendum del prepuzio" si stia aprendo una guerra di religione, con i leader delle comunità ebraiche ma anche musulmane schierati contro assieme ad alcune autorità evangeliche e a vescovi cattolici.
Non ho alcuna esitazione a dire che, se fossi a San Francisco, voterei per il sì referendario. Considero la circoncisione molto simile alle mutilazioni genitali femminili, contro le quali tante e tanti si stanno giustamente muovendo. So che per gli ebrei la pratica ha da sempre un essenziale valore identitario, e ovviamente rispetto questa loro opinione. Non mi convinco però della sua opportunità. Mi pare che la storia dell'occidente, tra tanti suoi meriti (e demeriti), abbia quello di aver progressivamente liberato il corpo umano da costumanze rituali sostanzialmente tali da violarne, non diciamo la sacralità, ma la piena e completa disponibilità da parte del soggetto in causa. Quando gli europei penetrarono in Cina, si ritrassero inorriditi dinanzi alla diffusa consuetudine di fasciare strettamente i piedi delle bambine in modo da ridurli a tronconi, deformi oltreché inutili. La Cina si è liberata dalle prepotenze dell'occidente ma oggi nessuno più strazia i piedi delle bambine.
Ugualmente, l'occidente (colonialista!) ha condannato certe invasive pratiche rituali, come l'allungamento del collo della donna in uso presso le popolazioni chin ancora numerose tra Birmania e Thailandia, l'enorme, forzata dilatazione del labbro inferiore (sempre della donna) praticata presso certe tribù etiopiche, e poi il tatuaggio, il piercing - al setto nasale, alle orecchie e sulla lingua - in uso presso l'una o l'altra popolazione definita "primitiva". Quelle pratiche erano viste, addirittura, come il segno della barbarie, che giustificava l'avanzata del colonialismo considerato come un passaggio verso la civiltà. Nemmeno gli orientalisti più nostalgici, precursori dei terzomondisti di qualche lustro fa, osavano difendere usanze giustamente viste come crudeli e inaccettabili per la dignità dell'uomo (per incidens, sarà per caso da considerare un ulteriore segnale della cosiddetta decadenza dell'occidente la diffusione di pratiche che riprendono in modo più raffinato, ma non meno crudele, il piercing o il tatuaggio?).
Quella foto di mia moglie e il rito dei fiori
Sono vissuto in una stagione nella quale la laicità si diffondeva anche attraverso l'estinzione di questi rituali. Anzi, di tutti i rituali. Era l'aspetto visibile, ma forse intrinseco, della cosiddetta laicizzazione e secolarizzazione del mondo, della cultura e della società. La deprecazione di questo fenomeno è diffusa, è anzi uno dei temi di confronto e di polemica più intensi e laceranti: ne abbiamo visto alcuni aspetti nel corso del dibattito sulle Dat, le "disposizioni di trattamento anticipato" (che orribile definizione!). Non so se la difesa di certe ritualizzazioni che incidono sulle libertà costituzionali dell'individuo possa comportare anche necessariamente la difesa della circoncisione, a favore della quale peraltro si spendono rispettabilissime motivazioni (purché si evitino quelle che ne fanno una pratica igienistica, un consapevole falso). Sia come sia, sono comportamenti sociali nei confronti dei quali mantengo la mia diffidenza, anzi il mio esplicito dissenso. Ritengo che la conformità a un rito, a un rituale, sia, in sé, un atteggiamento che il laico deve evitare, respingere. Non c'è bisogno, per questo, di cadere negli eccessi - e persino nelle ritualizzazioni - del laicismo intransigente, per quale i riti vanno non solo evitati, ma combattuti. Senza difficoltà né ambiguità, rispetto chiunque pratichi un rito, il rito della fede o della credenza che lui ritiene vera, però non lo seguo.
Dopo la sua morte, ho collocato una fotografia (una bellissima fotografia giovanile) di mia moglie, ben incorniciata, in un posto dove io possa vederla facilmente, da diverse angolazioni. Accanto e attorno alla fotografia ho collocato ninnoli che me la ricordano, e anche un vasetto di vetro nel quale, appena posso, colloco fiori freschi. Qualche giorno fa, guardando foto e fiori, mi sono reso conto di aver installato una sorta di icona, che riceve da me atti di affetto e ricordo se non proprio di devozione sacrale. Ma anche in questi limiti, mi sono chiesto, non è un piccolo rituale? In altre persone e occasioni, atteggiamenti del genere mi avevano dato fastidio, li avevo detestati. Oggi, ne sono un praticante. Va bene, sono in contraddizione con me stesso...
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