Bonino, offensiva di pace "Fuori anche con l'ok Onu"

Dalla Rassegna stampa

Nella ferma condanna del «crimine contro l’umanità» commesso in Siria, e esortando a «non lesinare sforzi per ripristinare la pace», l’Italia ribadisce che non parteciperà ad alcuna operazione militare che non abbia il via libera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lo fa sapere la war room di Palazzo Chigi, dopo una riunione tra Letta, Alfano, Bonino e Mauro, proprio mentre quel Consiglio Onu, convocato d’urgenza, altrettanto in fretta si scioglieva, senza neanche riuscire a prendere in esame la risoluzione voluta da David Cameron, e con la quale si volevano autorizzare «le misure necessarie per proteggere i civili anche col ricorso alla forza». Ma da ieri nella posizione italiana c’è un elemento in più, che rafforza ulteriormente la «issue» politica e non militare: in costante contatto con le altre Cancellerie, si lancia quella che sino al giorno prima era una proposta del solo ministro degli Esteri, il ricorso contro il regime siriano -che può essere avanzato non solo dagli Stati ma anche dalle parti lese presso la Corte Penale Internazionale. Emma Bonino aveva ribadito al mattino che «anche in caso di via libera dell’Onu, la partecipazione italiana non sarebbe scontata», poiché «occorrerebbe il via libera del Parlamento». Concetti identici a quelli espressi dal ministro della Difesa Mario Mauro in un’intervista, titolata però «Fuori dalla Siria anche con l’ok dell’Onu». Forzature mediatiche, le si valuta alla Farnesina, ma è un fatto che l’Italia non crede sia possibile altro che la via politica, «vi sono situazioni in cui occorre evitare di far peggio» dice Bonino, e questo per le evidenti incalcolabili ripercussioni che un attacco alla Siria avrebbe nell’intera regione mediorientale, e non solo. Una posizione non isolata in Europa, ma espressa anche da Angela Merkel, «nessuna soluzione che non sia politica è possibile in Siria». Era stato il ministro degli Esteri Westerwelle a preannunciare «siamo in contatto con i nostri alleati, ma soprattutto con le Nazioni Unite».

Bonino oggi a Parigi vedrà il presidente Hollande, che ha tenuto un appassionato discorso a favore dell’intervento militare in Siria, e il capo del Quai d’Orsay Laurent Fabius, e illustrerà loro la posizione dell’Italia, e le ragioni geo-politiche che la muovono. Ma sin da subito, quel riferimento all’Onu e anzi al Consiglio di Sicurezza, e non a un semplice «quadro multilaterale», pronunciato dal ministro degli Esteri in Parlamento aveva fatto capire che l’Italia stavolta non si sarebbe schierata per l’operazione militare in Siria. E tantomeno se l’operazione venisse condotta sotto l’egida della sola Nato. Siamo già «impegnati al limite delle nostre forze» in Libano e Afghanistan. Oltre che in Libia, dove la «stabilizzazione» del paese dovrebbe vederci protagonisti, attraverso l’institution building e l’addestra- mento di forze di sicurezza locali, e dove invece come diceva l’altro giorno il presidente della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto «non si trova nessuno da reclutare all’addestramento, perchè ogni politico, ogni notabile ha una sua propria polizia, e armata fino ai denti». Il ministro Mauro, poi, parla esplicitamente della «concreta sostenibilità» della nostra partecipazione alle missioni internazionali: come dire che, con í tagli cui è sottoposta la Difesa, proprio non sono possibili altri sforzi. E in Libano, dove abbiamo un migliaio di uomini, rischieremmo di esporci alle rappresaglie. Ma soprattutto, agli strike in Siria della nuova eventuale «coalition of willing» non servono le nostre basi, e serve invece mantenere aperto il canale della nostra tradizionale politica estera: dialoghiamo direttamente, e da mezzo secolo almeno, con l’Iran, il Quatar, la Turchia, gli hezbollah di Libano come quelli di Siria, la Fratellanza Musulmana dall’Egitto alla Tunisia (dove Bonino cara lunedì prossimo), essendo considerati pure amici e interlocutori affidabili da Israele e ovviamente delle varie comunità cristiane. Per tutti questi motivi, alla Farnesina si reagisce con stupore se si chiede di qualche irritazione americana per la posizione italiana: non risulta né al ministro, nei numerosi contatti avuti col Segretario di Stato Kerry, né alla nostra ambasciata a Washington. Si dà anche poco credito a un attacco imminente. Perché, come dice un’altissima fonte diplomatica, «che ne sarebbe, poi, del G20 del 5 settembre a San Pietroburgo?».

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