Tutti i lavori stesse tutele

Dalla Rassegna stampa

Il dibattito sul cosiddetto contratto unico, che continua su Europa, è utile, anche se per ora non vedo nuovi argomenti rispetto a quelli che il Pd ha ampiamente discusso nella sua assemblea programmatica dedicata al lavoro.

Provo a riassumere i punti principali, quelli condivisibili e quelli non.

1. Anzitutto si deve riconoscere che la precarietà del lavoro ha radici complesse che vanno affrontate nella loro complessità. La precarietà è legata a fenomeni strutturali riguardanti la crescita economica e la sua qualità. Il lavoro precario è legato a un'economia precaria come la nostra. Questo è il primo punto su cui intervenire. È illusorio credere che basti stabilire per legge un nuovo tipo di contratto, ancorché unico, per sconfiggere la precarietà e il dualismo del mercato del lavoro. L'articolo 18 non è l'unica causa della precarietà; prova ne sia che le aziende sotto i 15 dipendenti, che sono senza articolo 18, non rinunciano ai contratti a termine, ai falsi collaboratori e alle partite iva. La Spagna, come ha ricordato Emma Bonino su Europa, ha il 25% di contratti a termine pur non avendo l'articolo 18. Anche l'Ocse ritiene che cambiare tale rigidità sia utile, ma non sufficiente.

2. Un secondo punto su cui il Pd insiste riguarda la necessità di abolire le convenienze economiche dei contratti precari: cioè di parificare i livelli dei contributivi sociali, non al 33% ma al 26-27%, come è previsto in un ddl a mia firma al senato e a firma Cazzola alla camera. Gli altri paesi europei non hanno tanti (falsi) collaboratori e partite Iva perché a tutti i tipi di lavoro applicano gli stessi costi contributivi. I contratti a termine devono costare di più di quelli a tempo indeterminato: così si paga il rischio, direbbero gli economisti. Non è vero che ora costano uguale, come pensa Bonino. Basterebbe farli costare di più per ridurli a un uso fisiologico. Non è possibile né utile abolirli.

3. Un terzo punto dovrebbe essere condiviso. Tutti i tipi di lavoro sia subordinato, sia parasubordinato, devono avere una base comune di tutele: ammortizzatori sociali, salario minimo, tutele in caso di malattia, infortuni, maternità, ecc. È questo che il Pd, come ricorda Sergio D'Antoni sempre su Europa, chiama diritto unico del lavoro. Lo prevedono con qualche variante sia le proposte di Ichino sia il ddl presentato al senato dal Pd. Alcune tutele fondamentali devono estendersi anche al lavoro autonomo: e anche qui il Pd ha fatto una precisa proposta di legge.

4. Interventi specifici servono per combattere la disoccupazione giovanile. Tutti i paesi vicini stanno facendo programmi straordinari contro la disoccupazione giovanile con opzioni diverse: incentivi alle assunzioni di giovani in tutti i settori, anche in cooperative; sostegni ad intraprendere attività autonome e professionali (detassazione di 3-5 anni); liberalizzazioni delle professioni; investimenti in formazione specifica concentrata in settori dove esistono offerte di lavoro non soddisfatte (qui possono fare molto le regioni, se non sono massacrate dai tagli); agevolazione della transizione scuola-lavoro, che è il periodo più critico, con stage, apprendistati veri e ricchi di formazione. Da noi questi sono spesso forme di lavoro "scontato" e aspettano ancora di essere corretti.

5. Queste misure servono a ridurre il divario di costi e di tutele fra lavoro tipico a tempo indeterminato e lavori temporanei. In un'economia che funziona esse sono decisive per ridurre il dualismo del mercato del lavoro. Resta il divario in caso di licenziamento, non solo fra contratti a termine, la cui terminazione non costa, e contratti a tempo indeterminato, ma anche fra lavori tipici nelle grandi e nelle piccole imprese. In parte esso si compensa con l'aumento di costi dei contratti temporanei sopra proposto. Per altro verso si può ridurre la rigidità delle regole sui licenziamenti diminuendo la durata dei processi, la cui assurda durata pesa molto su entrambe le parti; e inoltre allungando il periodo di prova. Uri altra proposta è di incentivare una soluzione consensuale transattiva delle cause sui licenziamenti, come in Germania. Il datore di lavoro dovrebbe proporre al licenziato una indennità economica; se il lavoratore accetta non c'è seguito giudiziario, altrimenti resta aperto il ricorso al giudice. Questa proposta può deflazionare il contenzioso senza intaccare l'articolo 18.

Le sorti dell'articolo 18 restano un punto critico anche delle proposte di contratto unico. Alcune ne propongono solo un rinvio per tre anni: ma per questo ci sarebbe già l'apprendistato. E dopo tre anni il divario di tutele resterebbe come oggi. Peraltro i lavoratori intrappolati in una serie di contratti brevi (meno di tre anni) rischierebbero di rimanere a lungo senza le tutele dell'articolo 18.

Altre versioni del contratto unico invece propongono di non applicarlo più, per i licenziamenti dovuti a motivi economici. Su questo punto resta l'opposizione di tutti i sindacati, come hanno ribadito ora in risposta all'"incredibile" articolo 8 della manovra. Per tale motivo si è ritenuto di non proporre interventi sul punto, che sarebbero socialmente molto conflittuali e invece di procedere con le misure ricordate sopra, che possono in larga misura ridurre i dualismi del mercato del lavoro. Una modifica, non lo smantellamento, delle regole sul licenziamento che le avvicinassero a quelle vigenti in Germania, come io stesso ho proposto anni fa con un ddl, potrebbe essere meno osteggiata qualora esistesse anche in Italia, una rete di protezione universale, di reddito e servizi, per tutti quelli che perdono il lavoro.

Questo è un punto urgente su cui anche le parti sociali dovrebbero concentrarsi, invece di accontentarsi delle casse integrazioni in deroga, che sono costose e introducono un altro dualismo nel mercato del lavoro. Ammortizzatori sociali universali sdrammatizzerebbero il problema dell'articolo 18 e favorirebbero la mobilità dei lavoratori e delle imprese. Il tema è più urgente dell'articolo 18, specie in un periodo di crisi come l'attuale.

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