Il Senatùr non trova «la quadra»
Più d'uno, dai notisti politici più paludati a quel furbacchione di Roberto D'Agostino sullo scollacciato Dagospia, comincia a sospettare che Bossi non sappia più che pesci prendere. Il Senatùr gode da tempo di un singolare apprezzamento da parte di politici e giornalisti.
Più le sue analisi sono rozze, banali, ai limiti - spesso superati - della volgarità, più si alza il coro di quelli che lo dipingono come un politico di razza, di quelli che capiscono subito dov'è il cuore del problema. Forse Bossi deve tutto ciò al fatto di aver iniziato a calcare le scene del teatrino della politica quando ancora impazzava il periodare contorto di Ciriaco De Mita al cui confronto il capo leghista era il barbaro, l'outsider.
La fortuna mediatica è proseguita, dopo i primi successi. Una sorta di "Chanz il giardiniere" che parlava come Jannacci. Raggiunse, fuori dal centro destra, un risultato a due nelle elezioni del 1996 pur ripetendo con aria assorta in tutte le tribune politiche che «L'uomo non è una bistecca». Insomma ci ha da tempo abituato a tutto, non è questione di età né di qualche malanno, peraltro affrontato ammirevolmente.
È che in politica i nodi alla fine vengono al pettine, perfino in Italia. Non puoi in eterno alzare il medio quando senti l'inno nazionale e contemporaneamente fare il ministro. Alla fine devi scegliere. E l'impressione è che stavolta Bossi non riesca a trovare, come dice lui, «la quadra». Al massimo dispone di un "cerchio magico", ma non lo aiuta.
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