Le ricette di De Marchi per una sana burocrazia

Dalla Rassegna stampa

Una burocrazia elefantiaca, conformista e paralizzante domina nel Palazzo fin dentro i più nascosti gangli dello Stato italiano. I politici stessi, non tutti per fortuna, si sono trasformati in burocrati di parte o di partito. Del resto, sono stati nominati dall'alto. Ma quel che è peggio, questi esponenti della partitocrazia, da decenni, sono in sella come dei veri e propri burocrati di regime. E la memoria, allora, va a chi, di questa battaglia alla burocrazia parassitaria ne ha fatto un serio e convinto motivo di lotta oltre che di studio. Proprio un anno fa, purtroppo, ci lasciava una delle menti più illuminate e coraggiose che l'Italia abbia conosciuto nell'ultimo mezzo secolo. Con Luigi De Marchi eravamo molto amici. Il professore, Gigi per gli amici, negli anni '50, è stato tra i fondatori dell'Aied nonché pioniere delle Scuole psicoterapiche di Wilhelm Reich, di Alexander Lowen e di Carl Rogers. Molti lo ricordano per i suoi pungenti editoriali su Radio Radicale. Da parte mia, per ragioni anagrafiche, ho cominciato ad apprezzarlo e a conoscerlo soltanto nel 1995, quando pubblicò il libro "Il Manifesto dei Liberisti". In quel testo, De Marchi individuava la lotta tra Produttori e Burocrati come uno dei punti nevralgici per comprendere le prospettive verso cui indirizzare il cammino riformatore del pensiero e dell'azione liberale. Individuava, nel carattere e nella mentalità di queste due differenti categorie sociali, il nodo centrale che una politica riformatrice avrebbe dovuto conoscere, affrontare e sciogliere. Sosteneva che le dimensioni e le articolazioni dell'apparato amministrativo del nostro e di tanti altri Paesi avrebbero avuto bisogno di essere drasticamente ridotte attraverso una razionalizzazione complessiva del sistema burocratico divenuto ormai elefantiaco e insostenibile. Anche se, da uomo intelligente, De Marchi riconosceva l'importanza fondamentale che l'amministrazione pubblica riveste all'interno della società. Considerava una priorità questa battaglia di snellimento della burocrazia. La sua teoria liberale, perciò, prendeva forza dall'esigenza di una necessaria e radicale riorganizzazione dell'intero sistema della pubblica amministrazione. De Marchi riteneva che si dovesse promuovere, all'interno della classe burocratica, un'altra mentalità. Per questa ragione, indicava una strada liberale e meritocratica che portasse gli impiegati e i funzionari pubblici verso un modo più responsabile di porsi di fronte ai problemi del loro lavoro, così da migliorare il servizio al cittadino. La burocrazia statale, invece, ancora oggi, dopo oltre quindici anni da quel "Manifesto dei Liberisti", appare sempre di più come una vera e propria casta: potente, conservatrice, reazionaria, chiusa, corporativa. Infatti, come ogni cittadino ha potuto spesso riscontrare sulla propria pelle, alla base del parassitismo, dell'inefficienza, dell'arroganza, del servilismo, della lentezza e di tante altre distorsioni della burocrazia vi è, secondo l'analisi psicopolitica di De Marchi, un modo ottuso, corporativo e illiberale di svolgere questo importante ruolo all'interno della società.

Ora, rileggendo sul piano prettamente politico la lezione di De Marchi, credo che si possa estendere questo suo approccio psicologico e liberale anche ai nostri rappresentanti in Parlamento e nei partiti. A mio parere, possiamo facilmente riscontrare come, nel Palazzo, vi sia un modo di intendere la politica in cui domina la mentalità dei burocrati a danno di quella dei produttori. Infatti, i produttori della politica sono gli innovatori, i riformatori, le personalità creative, propositive, quelle non-conformiste. I burocrati della partitocrazia, invece, sono coloro che, per carattere e mentalità, rifuggono e combattono ogni innovazione, cercano di ottenere la poltrona al solo scopo di occuparla, fanno dello scaricabarile il connotato di una intera carriera, puntano alla compiacenza del leader o del capo. Insomma, la politica, per rinascere, va liberata dai burocrati della partitocrazia e restituita ai politici produttori, cioè a chi ha idee, a coloro che sono capaci di aprire nuove strade, di tentare percorsi altri, di uscire dal pantano statalista dei burocrati di partito. Solo così si potrà conquistare il carattere di una democrazia libera.

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