O mangi questa minestra...

Dalla Rassegna stampa

 Ciò che colpisce di Ismail è la dignità. Sono i tratti che gli solcano il viso spigoloso e che affondano ancor più nella pelle mentre, con espressione grave, afferma: «Sono un criminale, non voglio negarlo». I conti con la giustizia, e con la vita, lui li ha sempre pagati. Una vita che comincia 45 anni fa in Tunisia e da subito si rivela difficile. Ismail però non cerca alibi, né assoluzioni. È un'altra la storia che vuole raccontare, una storia di vessazioni, abusi, soprusi e violenze subite, sia fisiche che psicologiche. Una pena che gli è stata inflitta al netto dei suoi errori, quando ha scelto di fare la cosa giusta, qui nella nostra civilissima Italia.

 
Nel carcere di Velletri, dove l'uomo stava scontando la sua condanna e dove prestava servizio come cuoco, occasione rara in un momento in cui il lavoro per i detenuti scarseggia non solo fuori, ma anche all'interno degli istituti. Ben presto, però, Ismail si accorge che qualcosa non quadra, vede arrivare generi alimentari di ogni tipo: carciofi, cozze e altro ben di dio, eppure nulla di tutto ciò finisce sulla «tavola» dei detenuti, ai quali viene spesso servita la pasta in bianco. Ci mette poco a capire che buona parte delle derrate alimentari destinate alla popolazione penitenziaria viene sottratta da alcuni agenti e funzionari, un sistema collaudato e consolidato al quale però Ismail non intende sottostare.
 
Al contrario, si ribella, denuncia. «All'improvviso sei diventato santo? Fatti gli affari tuoi, prendi qualcosa anche tu e stai zitto», gli intimano. Ma lui non ci sta. Prima provano a prenderlo con le buone, offrendogli un computer, una cella singola e dei soldi, poi minacciano di farlo finire in un cubo di cemento. Ismail però non arretra. Decidono, così, di passare alle vie di fatto e un giorno, a maggio dell'anno scorso, lo portano nell'ufficio dell'ispettore dove - racconta - il tunisino viene massacrato di botte. «Io ero a terra, mi contorcevo come un verme, vomitavano e mi pisciavo addosso, ma loro continuavano a pestarmi con calci e pugni, finché non sono svenuto». Avrebbe potuto essere un nuovo Stefano Cucchi, ma fortunatamente Ismail Ltaief è sopravvissuto e giovedì scorso ha presenziato alla prima udienza del processo a carico dei suoi presunti aggressori, assistito dall'avvocato radicale Alessandro Gerardi, che si è costituito parte civile. Al suo fianco l'instancabile Irene Testa, segretaria dell'associazione “Il detenuto ignoto” che si sta prodigando per trovargli un posto dove dormire che non sia la spiaggia e un lavoro. Un lavoro per vivere dignitosamente. Perché per lui, per Ismail, la dignità viene prima di tutto.

© 2011 Gli Altri. Tutti i diritti riservati

SEGUICI
SU
FACEBOOK