Nuova inchiesta in Abruzzo debole la difesa di Bersani
L'ultima inchiesta in ordine cronologico ad abbattersi sul Partito democratico è di matrice abruzzese: l'ex presidente Pd del Consiglio regionale Marino Roselli, attuale coordinatore regionale dell'Alleanza per l'Italia di Francesco Rutelli , figura tra gli arrestati nell'ambito dell'inchiesta sull'Urbanistica, gli accordi di programma e i rifiuti al Comune di Spoltore (Pescara). I provvedimenti sono stati eseguiti ieri mattina all'alba dagli agenti del corpo forestale dello Stato di Pescara. Assieme a Roselli sono stati arrestati anche il sindaco di Spoltore, Franco Ranghelli (Centro sinistra - Liste civiche), e il vice presidente della società Ambiente Spa, Luciano Vemamonte. I tre - tutti agli arresti domiciliari - sono accusati di associazione per delinquere, corruzione, falso ideologico e abuso d'ufficio. Le misure cautelari sono state emesse dal gip del Tribunale di Pescara, Gianluca Sarandrea, su richiesta del pm Gennaro Varone. Un'altra crepa sul muto della moralità del Pd, che rischia di vanificare il tardivo restauro tentato dal segretario Pierluigi Bersani il quale ha chiesto «intransigenza e rigore» e un passo indietro agli indagati, attraverso una lettera pubblicata dal Corriere della Sera.
Una linea sposata anche da Massimo D'Alema: «Condivido la lettera di Bersani dalla prima all'ultima parola». E alla domanda se condivida anche la richiesta del segretario Pd agli indagati (compreso Filippo Penati e il senatore Alberto Tedesco) di fare un passo indietro, il presidente del Copasir ribadisce: «Condivido tutto quello che ha detto Bersani». Al contrario di Tedesco, che non condivide per niente: «Ho spedito la lettera di dimissioni dal Pd». Così il senatore, ospite ieri di "24 Mattino" su Radio 24, ha ribadito di voler lasciare il partito. «E una lettera a Bersani, di quattro righe - ha aggiunto Tedesco -. Visto che quando scrivo lettere di quattro pagine nessuno mi risponde, ho scritto quattro righe nelle quali annuncio che mi dimetto dal partito. Ora andrò nel gruppo Misto al Senato, dove ero già da qualche mese. Le dimissioni verranno accolte? Eppure mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse "parliamo e vediamo perché ti sei dimesso". Ma io non alzerò il telefono, perché non lo alza qualcun altro?».
L'esponente ulivista del Pd Arturo Parisi, intervistato da Radio radicale sulla questione morale, offre una lettura originale: «Ricordate "abbiamo una banca?". Siamo sempre lì - prosegue - la questione morale è dire una cosa sapendo poi di non poterla onorare o non onorare le cose che si sono dette. C'è da lavorare, dobbiamo sciogliere aggregati che abbiamo ereditato dal passato e che sono territorialmente consistenti e dobbiamo evitare di cascare negli errori e nei limiti che denunciamo come travi negli occhi degli altri. Le nostre saranno anche pagliuzze ma anche una pagliuzza dà dolore e affatica la vista».
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