I movimenti politici se li paghino gli iscritti
Per sapere che cosa pensino gli elettori del finanziamento pubblico ai partiti basta guardare i risultati di un paio di referendum. Nel 1978 per sopprimere tale istituto, che aveva pochi anni di vita (la prima legge risale al 1974), andarono alle urne più dei quattro quinti degli elettori, il 43,6% dei quali votò per l'abrogazione. Nota: solo pochi e minori partiti, come radicali e liberali, si batterono per la soppressione. Nel 1991 le cose cambiarono: votò un po' meno dei quattro quinti del corpo elettorale, ma i sì toccarono un livello travolgente: più del 90%.
La risposta del ceto politico fu semplice e meramente nominalistica. In luogo del finanziamento pubblico si approvò una legge per i rimborsi elettorali. La stessa tecnica fu usata per il dicastero dell'Agricoltura, soppresso dal 70% dei votanti e mantenuto in vita con un riassetto di denominazione. Ancora oggi, il finanziamento pubblico ai partiti è attivo, pudicamente chiamato con la dizione di rimborsi elettorali, così come è attivo il ministero dell'Agricoltura e foreste, denominato ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali.
In queste giornate di accese polemiche contro la casta c'è chi propone di far piazza pulita dei rimborsi elettorali. Ne ha parlato il segretario dei radicali Mario Staderini, rilevando che dal 1993 la somma versata ai partiti "è aumentata del 1.200%, arrivando a 500 milioni di euro solo per le elezioni politiche". Attenzione: gli specifici fondi sono ben cinque: Camera, Senato, Europarlamento, Regioni e referendum (un aspetto, quest'ultimo, di solito trascurato: chi raccolse le firme per i vittoriosi referendum dello scorso maggio riceverà adeguati e sostanziosi contributi pubblici).
È impossibile che la classe politica si mobiliti per sopprimere l'istituto. Sarà perfino difficile che vengano attutiti almeno alcuni degli aspetti più riprovevoli, quali il rimborso dato a chi ottenga addirittura soltanto l'un per cento dei voti (e zero eletti) per Montecitorio o il totale dei rimborsi basato non sul numero dei voti validi, bensì su importi predeterminati. Già il 10% di riduzione della spesa strappato da Giulio Tremonti è parsa una dolorosa concessione. Circolano poi sui giornali ponderose e dotte riflessioni sui finanziamenti negli altri Paesi e considerazioni sugli alati principi della democrazia, per sostenere bontà e validità dell'attuale regime di finanziamento statale. Ben presente sulla stampa è in questi giorni Ugo Sposetti, ex tesoriere dei diessini (fu oculato amministratore del vasto patrimonio, con relativo indebitamento, proveniente dal Pci).
Il vero principio da contrapporre al foraggiamento obbligatorio dei partiti da parte dei contribuenti sarebbe molto semplice: i movimenti politici se li pagano gli iscritti. Similmente, i sindacati dovrebbero pagarseli i tesserati. E le chiese i fedeli. Ciascuno con spontanei versamenti a favore del proprio partito, del proprio sindacato, della propria chiesa. L'erario ne riceverebbe non lieve sgravio.
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