"Ma su di me montagne di calunnie"
«Faccio due passi indietro». E così Filippo Penati trasforma in dimissioni l'autosospensione dalla vicepresidenza del consiglio regionale della Lombardia. In più, lascia tutti gli incarichi di partito, direzione cittadina provinciale e regionale del Pd. Una decisione che l'ex sindaco di Sesto San Giovanni (ed ex presidente della Provincia di Milano), principale indagato nell'inchiesta sulle aree Falck, matura soprattutto su pressione di Pierluigi Bersani. Il segretario, alla festa del Pd di Roma, aveva invocato «intransigenza e rigore» sui temi - sensibilissimi - della legalità, chiedendo a tutti gli indagati quel «passo indietro» che ieri Penati ha deciso di fare.
Al presidente del consiglio regionale l'ex sindaco di Sesto ha scritto un a lettera in cui ribadisce «la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono addebitati». Spiegando che «visto il clamore e l'eccezionale esposizione mediatica, penso siano prevedibili tempi brevi per chiarire l'intera vicenda». Dunque, «per garantirne la piena funzionalità, rassegno le dimissioni dall'Ufficio di presidenza». Concetto ripetuto nel pomeriggio ai colleghi del Pd eletti in Regione: «Ho deciso così salvaguardare le istituzioni e il partito, su di me una montagna di calunnie». Qualcuno gli ha detto che non era necessario, tra gli altri il «rottamatore» Pippo Civati, ma il dado ormai era tratto. Stasera si riunisce la direzione regionale del Pd, chiesta a gran voce da molti dirigenti, per affrontare la grana scoppiata. Ieri sera ne hanno parlato gli iscritti di Sesto in un attivo straordinario. C'è grande preoccupazione, l'anno prossimo a Sesto si vota per il sindaco, e c'è chi ritiene necessario cominciare daccapo la ricerca di un candidato al di fuori della rosa di nomi già emersa.
Il segretario lombardo del Pd Maurizio Martina e il capogruppo in Regione Luca Gaffuri apprezzano il gesto di Penati. Lo definiscono «un atto di grande responsabilità». Nel centrosinistra lombardo, però, cresce l'imbarazzo. Il leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro avverte: «Tangentopoli non è mai finita, ma si è ingegnerizzata ed è diventata sistema. Basta persone indagate in politica che si candidano solo per interesse». Il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini reagisce: «Sentir parlare di questione morale per il Pd mi indigna personalmente e politicamente. Siamo su un altro piano». Ma l' ex ministro Giuseppe Fioroni aggiunge: «Il criterio non può essere quello della superiorità morale, ma la capacità di un partito di scegliere le norme che prevengono e risolvono i problemi prima dell'intervento della magistratura».
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