L'ira di Berlusconi: tenuti sotto scacco Bossi ancora leader?
Appeso a Umberto Bossi. Ancora una volta, come tante altre volte. Dopo la rabbia, la cupa amarezza, gli sfoghi in Aula, nella saletta del governo, nel vertice del Pdl organizzato in tutta fretta per mettere su la diga che salvi il governo dall'ondata che rischia di travolgerlo, Silvio Berlusconi ha ben chiara la realtà: «Siamo nelle mani della Lega», che in questo generale «gioco allo sfascio» ci tiene «sotto scacco». E se c'è un uomo che può invertire la rotta, riprendere in mano il timone ed evitare che la barca affondi è «Umberto, che mi aveva garantito che non sarebbe finita così. E con lui che devo parlare. Devo capire se è ancora lui che comanda e cosa ha intenzione di fare. Devo capire che ruolo ha Maroni, al Senato non c'era e Tedesco è stato salvato... Davvero quella che è in corso è solo una lotta intestina nel Carroccio? O qualcosa di peggio?». Forse l'incontro col Senatur avverrà domani, in Consiglio dei ministri, e allora «capiremo quello che succederà».
Intanto, dicono i suoi fedelissimi, succede «che il governo traballa: è partito il processo di sganciamento della Lega e lo stanno costruendo passo dopo passo. Nessuno si aspettava un risultato così». Nessuno si aspettava, come dice il vice capogruppo alla Camera Corsaro, che in Aula, nel voto su Papa «si tenesse il voto congressuale della Lega», che per dirla con un ministro, Maroni «facesse il golpe». Quel Maroni che, lo sa bene Berlusconi, guida la parte della Lega più propensa a interrompere questa esperienza di governo, anche se ieri - durante il vertice - ha fatto arrivare dei segnali rassicuranti: attraverso un suo emissario, ha comunicato al premier che la sua non è una guerra contro di lui, ma piuttosto «una partita interna alla Lega», quella su chi comanda appunto, perlomeno sul capogruppo. «Ma non so se fidarmi - è stato il ragionamento del Cavaliere con i suoi -. Devo parlarne con Bossi, dobbiamo capire quali saranno le loro prossime mosse». A partire da oggi, quando si voterà al Senato il rifinanziamento sulle missioni.
E dire che in mattinata Berlusconi era parso ottimista, incontrando Alfano e i coordinatori regionali a palazzo Grazioli: «siamo davanti al Pd, possiamo vincere le prossime elezioni, faremo le primarie», aveva rincuorato i suoi. Ma quando alle sei del pomeriggio è entrato nell'Aula che stava per votare sull'arresto, il suo volto già diceva tutto: scuro, teso, sconsolato. Le mani a sorreggere la testa, lo sguardo fisso sul soffitto, gli occhi chiusi, la testa a fare no, no, mentre Casini, Della Vedova, Bernardini dicevano sì all'arresto «proprio loro, ma che bei garantisti!». Ma è stato quando Fini ha snocciolato i numeri del voto che il premier è esploso: ha sbattuto il pugno sui banchi del governo «è una pazzia, inaudito, vergogna! Per fare fuori me, mandano in galera una persona, nemmeno con Tangentopoli si era arrivati a tanto! Noi siamo gli unici garantisti, e dobbiamo andare avanti anche per questo, per impedire che la magistratura prenda il comando del Paese».
Per farlo, hanno ragionato al vertice del Pdl, bisogna però muoversi, senza più indugi: «Serve al più presto il nuovo ministro della Giustizia hanno detto in coro - serve rilanciare la nostra azione, anche sui costi della politica, su temi che la gente sente vicini». E serve farlo perché ormai la grande paura è sinonimo di grandi sospetti: anche nel Pdl qualcuno ha «tradito», hanno ragionato al vertice, non c'è solo la Lega a tramare, le trappole possono essere ovunque. E anche se è in autunno che si attende il redde rationem, si temono grandi manovre in atto. Per questo non è possibile ragionare ora su rimpasti, su un Berlusconi bis, su un passaggio di consegne pilotato. Bisogna resistere. E chiarire con la Lega: «Devo parlare con Umberto. Al più presto».
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