Int. a E. Bonino - "La primavera araba alla fine sboccerà"
Ci sono appena stati nuovi scontri nel sud: la primavera sta finendo?
Premesso che il Congresso non si limiterà alle vicende tunisine perché democrazia e stato di diritto riguardano tutti i paesi della primavera araba, non ho mai pensato che dopo le rivolte la democrazia si sarebbe imposta in maniera automatica, rapida e indolore. Guardiamo all'Est Europa: dalla rivolta di Budapest nel 1956 a quella di Praga del 1968, per portare a compimento il processo democratico sono passati 40 anni. Proprio perché la primavera araba ha messo a nudo il declino dell'influenza europea, di cui (dal colonialismo in poi) non dovremmo essere fieri, stavolta non abbiamo alibi per finire dalla parte sbagliata della storia.
E quindi?
Come Occidente dobbiamo chiederci come far coincidere i nostri interessi di sicurezza con l'esigenza di sostenere le legittime aspirazioni di cambiamento del mondo arabo. Come passare da una stabilità "formale" a una stabilità democratica e praticabile, come collaborare in modo costruttivo per evitare tentativi di restaurazioni o derive islamiste.
Lei ha vissuto a lungo al Cairo: i militari non stanno portando avanti il ricambio chiesto dalla popolazione.
Non c'è dubbio che finora i militari hanno concesso poco mentre si procede a tappe forzate verso elezioni parlamentari. Il momento è delicato, con da una parte una progressiva polarizzazione dello scontro tra il fronte liberale-secolare e quello islamista e, dall'altra, la frattura tra il movimento di Piazza Tahrir e i militari, sempre più percepiti come mantenitori dello status quo ante. A ciò s'aggiunge l'aspetto che inquieta e coinvolge magistratura e vertici militari: la "giustizia di transizione" che riguarda gli esponenti del vecchio regime e che deve compiersi in modo più trasparente.
La questione libica come finirà?
La situazione sul terreno è ancora molto incerta con tanti, troppi, attori che gesticolano sullo sfondo. E non mi pare che dai negoziati politici emerga nulla di significativo per ora. Non vedo ancora la luce in fondo al tunnel.
Nei confronti del despota siriano Assad la comunità internazionale si sta comportando diversamente.
Sicuramente l'esperienza in Libia contribuisce all'ambivalenza e alla prudenza sulla Siria, anche da parte dei paesi arabi. Ho l'impressione che, ironicamente, pure il peggior nemico di Assad vorrebbe vederlo gestire la crisi meglio di quanto non faccia, proprio perché le conseguenze che ne derivano sono imprevedibili, con ramificazioni in Libano, Iraq e Israele. Inoltre non è da escludere una guerra civile tra la minoranza alawita, oggi al potere, e la maggioranza sunnita. Nessuno sembra pronto ad affrontare una tale avventura. Ciò detto, di fronte a un'escalation della protesta e relativa repressione sarà sempre più difficile ignorare la situazione.
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