I finiani rispettino i patti a partire dalla giustizia

Fa discutere all'interno del Pdl la scelta compiuta da taluni esponenti di area liberale di seguire il presidente della Camera nella sua manovra di allontanamento da Silvio Berlusconi. Personalmente, pur essendo stato tra i radicali che all'epoca della nascita della Rosa nel Pugno preferirono seguire Benedetto Della Vedova verso il centrodestra, dando vita ai Riformatori Liberali, fin dal momento della nascita del Pdl non ho ritenuto di aderire al partito del predellino, vista la deriva sempre più conservatrice ed illiberale che il movimento andava assumendo nei contenuti e in virtù della struttura assolutamente ademocratica che, tra un applauso ed un inno, si andava mettendo in piedi. Contestualmente ho assistito alla silente ed acritica adesione di taluni dei liberali del centrodestra, restandone non poco perplesso; ed oggi fa specie vedere quegli stessi esponenti cadere dal pero ed accorgersi - guarda un po' - della assoluta mancanza di spazi per il confronto e la dialettica all'interno di quel movimento. E ciò a tacere del fatto che proprio quegli stessi esponenti hanno sovente in passato dato vita ad associazioni politico culturali in cui l'autoreferenzialità, la mancanza di regole e la incontendibilità dei ruoli era la regola e non certo una spiacevole eccezione. Ma tant'è: la speciale propensione della molecola liberale nel dividersi in atomi fa sì che ad oggi, all'interno della pattuglia liberale che aveva inizialmente aderito alla Casa delle Libertà, siano presenti almeno tre posizioni. La prima, quella dei finiani, autorevolmente rappresentati da Benedetto Della Vedova, la seconda, rimasta fedele al Presidente dei Consiglio e per la verità ormai orfana di esponenti di spicco, ed una terza composta da coloro che avevano già precedentemente preso le distanze dal Pdl, proprio per la presenza sempre più marcata - come, si è detto sopra - all'interno del Popolo della libertà, di meccanismi autoreferenziali e conservatori che dal centro tendevano a riproporsi in periferia secondo uno schema immutato. Ma sarebbe sbagliato liquidare la faccenda affibbiando le tre etichette di "finiani", "berlusconiani" e "terzisti" a seconda della posizione assunta così come sarebbe un errore dare vita ad una contrapposizione che non farebbe che produrre l'effetto di continuare a rimandare la stagione delle riforme liberali che il Paese attende da decenni. Ed allora, piuttosto che concentrarsi sulle etichette, occorrerà guardare ai contenuti, alla sostanza ed alla forma delle scelte del partito che verrà. Sarà partito vero, con ampi spazi di democrazia interna e contendibilità di tutte le posizioni? Sarà un movimento di stampo liberale o piuttosto conservatore e bolscevico (nel senso espresso da Filippo Facci su "Libero" dell'altro ieri)? E, stando al terreno che più ci interessa, saprà esprimere posizioni realmente riformatrici in materia di giustizia? Ecco, Fini e i suoi - ma anche Berlusconi, beninteso - sono attesi, programma elettorale alla mano, alla prova dei fatti. Come rammentava giorni fa il direttore di Giustizia Giusta, Gianluca Perricone, il programma elettorale su cui Fini, Bocchino, Granata, ecc. ecc. hanno ricevuto il mandato degli elettori parlava, tra le altre cose, di riforma della legge sulle intercettazioni. Quella è andata a finire come sappiamo, amen. Ma in quel programma si prospetta anche, tanto per dirne un'altra, la revisione della legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Ecco, facciamo, di questa, la cartina di tornasole su cui misurare il rispetto che Fini ed i suoi vorranno mostrare a chi li ha eletti. Tanto più saranno credibili quanto più vorranno onorare il contratto elettorale e, al tempo stesso, dar vita ad un partito che metta proprio la volontà degli iscritti e degli elettori al centro dell'azione. Non resta che attendere e tirare le somme.
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