Enzo Tortora, la lezione di un galantuomo per i politici di oggi

Dalla Rassegna stampa

Se ricordo oggi il "caso Tortora" non è per il mero gusto delle rimembranze. Nel giugno del 1983 Enzo Tortora, presentato tv all'apice del successo (Portobello), fu arrestato all'hotel Plaza di Roma e trascinato in manette su un cellulare, sotto l'occhio delle telecamere, perché accusato di traffico di droga e di associazione camorristica sulla base delle rivelazioni di alcuni "pentiti". La settimana successiva scrissi sul Giorno un pezzo che prendeva le parti del presentatore ("E io vado a sedermi accanto a Tortora", 25/6/1983). Per due ragioni. Una era di principio. Ero stato l'unico, credo, a battermi contro questa legge prima e dopo la sua promulgazione ("Sono contro il condono ai pentiti", Il Giorno 2/12/81; "Non mi va la legge sui pentiti", 28/3/82). La nostra imbelle classe politica, non avendo saputo e voluto combattere sul campo un terrorismo rosso che durava da dieci anni, non aveva trovato di meglio, che questo escamotage legislativo, valido anche per altri reati di tipo associativo, insidiosissimo perché poneva le premesse per cui la parola di un mascalzone diventasse sufficiente per sbattere un innocente in galera. Come poi è avvenuto tante volte per poveri cristi meno noti di Tortora, nel silenzio generale (allora i "garantisti" non esistevano, sarebbero nati solo con Tangentopoli per difendere lorsignori, salvo il piccolo particolare che i reati di Tangentopoli erano basati su inoppugnabili prove documentali).

Oltretutto nel caso Tortora i "pentiti" non riferivano fatti di loro diretta conoscenza, ma "de relato", cioè cose sentire da altri detenuti.

La seconda ragione era personale. Avevo conosciuto Enzo Tortora agli inizi degli anni '70 durante il processo agli anarchici accusati degli attentati alla Fiera di Milano preludio alla strage di Piazza Fontana. Io quei ragazzi anarchici li conoscevo tutti, sapevo che erano innocui, ed ero innocentista; Tortora, che lavorava per Il Resto del Carlino, colpevolista, com'era suo diritto di cronista. Ma in quegli anni di conformismo infame chiunque non odorasse di sinistra era messo al bando. Così nell'aula dove si svolgeva il processo, gremita, fra il pubblico, di anarchici, si assisteva a questa scena singolare: tutti i cronisti giudiziari si tenevano alla larga, come fosse un lebbroso, da Tortora che sedeva, da solo, in un banco. Poiché non mi è mai piaciuto lo spettacolo di un uomo isolato e umiliato andai a sedermi, fra la sorpresa dei miei amici anarchici, accanto a Tortora. E facemmo amicizia. Tortora era un liberale di grande cultura, orgoglioso, solitario, un po' scostante. Per questo, nel 1983, mi pareva poco credibile che si fosse affiliato alla camorra. Marco Pannella, fece eleggere Tortora in Parlamento nelle liste radicali. Cosa che comportava la sua immediata scarcerazione perché allora un parlamentare non poteva essere arrestato a meno che non fosse colto in flagranza di reato. Ma Tortora rifiutò il privilegio. Fece il carcere.

Venne assolto (l'inchiesta era stata condotta in modo balordo, c'erano stati decine di casi di arresto per omonimia). Tornò in tv ("Dove eravamo rimasti?"), ma ci rimase per poco. Si ammalò di un cancro chiaramente psicosomatico e morì l'anno successivo.

Offro al lettore il lontano ricordo del galantuomo Enzo Tortora perché confronti il suo comportamento con quelli di Alfonso Papa, di Alberto Tedesco, di Marco Milanese che sono oggi al centro delle cronache.

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