Dietro la rissa, la sfida difficile di due leader per due destre

Nel confuso psicodramma in cui si agita il Popolo della Libertà c’è un livello mediatico accanto a un livello politico. Strettamente intrecciati. Se stiamo alla prima dimensione, quella mediatica, ieri abbiamo assistito a una rottura irreversibile tra Berlusconi e Fini. Sugli schermi televisivi abbiamo visto il presidente del Consiglio inveire contro il presidente della Carnera, intimandogli di lasciare il suo incarico istituzionale se intende occuparsi di politica. E abbiamo osservato Fini che dalla platea sfidava Berlusconi a cacciarlo dal partito, perché lui non si sarebbe mai dimesso. Uno spettacolo poco edificante perché coinvolge non solo due esponenti politici, ma due uomini delle istituzioni. Un brutto film, la cui trama racconta di un livore reciproco condito di insofferenza e di vecchie e nuove incomprensioni. Chi guarda le immagini dello scontro pensa che siano nati due partiti, uno all’opposizione dell’altro.
Ma non è così. Lo «show» aveva soprattutto lo scopo di chiarire agli italiani che il vincitore del braccio di ferro è Berlusconi. Ma poi il documento finale della riunione certifica soltanto la nascita di una maggioranza berlusconiana e di una minoranza finiana. Secondo le previsioni. Si ammette a denti stretti la legittimità di un’«area del dissenso», anche se si rifiuta la logica delle correnti organizzate. Non si parla più della presidenza della Camera. Non c’è un atto formale con cui Berlusconi o qualcuno in suo nome avvia una procedura (ma quale, poi?) per «sfiduciare» Fini e toglierlo dalla poltrona di Montecitorio. Sul piano politico e non mediatico il fatto nuovo non è la cacciata del ribelle, che non si è verificata, bensì la nascita di un Popolo della Libertà diverso, in cui per la prima volta si esprime un dissenso alla luce del sole. Il parto è stato doloroso e persino violento, il che stupisce solo chi ha perso la memoria dei litigi all’interno dei grandi partiti del passato, quando volavano anche le sedie. Peraltro la novità appare straordinaria in quanto riguarda il partito berlusconiano, imperniato fin dalle origini sul principio dell’unanimità e sull’omaggio rituale al leader.
È ben vero che contro il documento hanno votato solo undici componenti del gruppo finiano, piuttosto pochi. E non ci vuole molta fantasia per immaginare che il cammino del presidente della Camera da oggi sarà tutto in salita. L’ex leader di An dovrà combattere quasi ogni giorno per mantenere agibile l’esiguo spazio che è riuscito a ritagliarsi. Dovrà sostenere attacchi e subire contumelie di ogni tipo e sa già che gli verranno messi in conto tutti gli incidenti parlamentari, tutte le votazioni in cui la maggioranza sarà battuta su qualche emendamento. Egli sa bene, del resto, che anche l’eventuale logoramento del governo (o l’impossibilità di fare le famose riforme) gli sarà addebitato. Se qualcuno pensa di portare il paese alle elezioni anticipate, non c’è dubbio che d’ora in poi il dissidente del Pdl si presenta come l’ideale capro espiatorio da sfruttare al momento opportuno. Ci vuole molta tempra politica per reggere la sfida. Per trasformare in un’opportunità quella che per ora è soprattutto una battaglia difensiva.
Ieri il discorso del presidente della Camera è stato molto cauto nei toni, ma nella sostanza pignolo fino a risultare irritante e piuttosto abrasivo, persino troppo considerando che chi lo ha pronunciato ha condiviso negli anni quasi tutti i passaggi della lunga leadership berlusconiana. Va detto che Fini ha toccato tutti i punti dolenti. Compreso il tema della giustizia, della cosiddette leggi «ad personam» e del «processo breve». Ha messo in campo l’intera fucileria a sua disposizione, in nome della «coesione nazionale» e dell’esigenza di arginare la Lega. A suo modo ha delineato i contorni di quella destra liberale, di impronta europea, cui intende ispirarsi. E chissà se ha fatto bene Berlusconi a lasciare così scarsi margini di dialogo. A non voler abbandonare nemmeno per un’istante l’idea del partito visto quasi come un’azienda di famiglia.
Se la scommessa riguarda la convivenza di due destre, di due modi differenti di concepire il rapporto con l’Italia moderata, la giornata di ieri non promette nulla di buono. Benché il premier abbia concesso qualcosa proprio sulle riforme, riconoscendo che devono essere «condivise». Un punto caro a Fini non meno che a Napolitano.
Si dirà. È possibile che l’esperimento sia destinato a concludersi abbastanza presto, dando luogo a una separazione consensuale che sarebbe vissuta come la fine di un equivoco. Tuttavia per il momento fanno fede i dati politici che hanno concluso una brutta giornata. E questi dati sono che Fini resta presidente della Camera, mentre nel partito nasce per la prima volta una piccola minoranza. Che di fatto sarà «organizzata». Al netto della rissa e del risentimento berlusconiano, la storia del centrodestra riparte di qui. Sarà difficile estirpare e cancellare il dibattito sui temi proposti dal presidente della Camera. Molto simili, in alcuni casi, a quelli propugnati da Casini, altro interprete dell’area moderata e predecessore di Fini a Montecitorio.
Il presidente del Consiglio ieri non è entrato nel merito, si è limitato a ricordare a tutti chi è il monarca regnante del Pdl. Già in passato il monarca aveva subito delle contestazioni, come sa chi conosce la travagliata storia dell’Udc. Mai però dall’interno del suo partito, come è avvenuto ieri. Siamo entrati quindi in un terreno inesplorato. E Berlusconi è consapevole di dover muoversi con qualche prudenza, aldilà degli scatti emotivi. Per non rischiare di trovarsi alla fine faccia a faccia con il suo ultimo alleato. Il più leale, ma anche il più difficile da gestire: Umberto Bossi.
Ma non è così. Lo «show» aveva soprattutto lo scopo di chiarire agli italiani che il vincitore del braccio di ferro è Berlusconi. Ma poi il documento finale della riunione certifica soltanto la nascita di una maggioranza berlusconiana e di una minoranza finiana. Secondo le previsioni. Si ammette a denti stretti la legittimità di un’«area del dissenso», anche se si rifiuta la logica delle correnti organizzate. Non si parla più della presidenza della Camera. Non c’è un atto formale con cui Berlusconi o qualcuno in suo nome avvia una procedura (ma quale, poi?) per «sfiduciare» Fini e toglierlo dalla poltrona di Montecitorio. Sul piano politico e non mediatico il fatto nuovo non è la cacciata del ribelle, che non si è verificata, bensì la nascita di un Popolo della Libertà diverso, in cui per la prima volta si esprime un dissenso alla luce del sole. Il parto è stato doloroso e persino violento, il che stupisce solo chi ha perso la memoria dei litigi all’interno dei grandi partiti del passato, quando volavano anche le sedie. Peraltro la novità appare straordinaria in quanto riguarda il partito berlusconiano, imperniato fin dalle origini sul principio dell’unanimità e sull’omaggio rituale al leader.
È ben vero che contro il documento hanno votato solo undici componenti del gruppo finiano, piuttosto pochi. E non ci vuole molta fantasia per immaginare che il cammino del presidente della Camera da oggi sarà tutto in salita. L’ex leader di An dovrà combattere quasi ogni giorno per mantenere agibile l’esiguo spazio che è riuscito a ritagliarsi. Dovrà sostenere attacchi e subire contumelie di ogni tipo e sa già che gli verranno messi in conto tutti gli incidenti parlamentari, tutte le votazioni in cui la maggioranza sarà battuta su qualche emendamento. Egli sa bene, del resto, che anche l’eventuale logoramento del governo (o l’impossibilità di fare le famose riforme) gli sarà addebitato. Se qualcuno pensa di portare il paese alle elezioni anticipate, non c’è dubbio che d’ora in poi il dissidente del Pdl si presenta come l’ideale capro espiatorio da sfruttare al momento opportuno. Ci vuole molta tempra politica per reggere la sfida. Per trasformare in un’opportunità quella che per ora è soprattutto una battaglia difensiva.
Ieri il discorso del presidente della Camera è stato molto cauto nei toni, ma nella sostanza pignolo fino a risultare irritante e piuttosto abrasivo, persino troppo considerando che chi lo ha pronunciato ha condiviso negli anni quasi tutti i passaggi della lunga leadership berlusconiana. Va detto che Fini ha toccato tutti i punti dolenti. Compreso il tema della giustizia, della cosiddette leggi «ad personam» e del «processo breve». Ha messo in campo l’intera fucileria a sua disposizione, in nome della «coesione nazionale» e dell’esigenza di arginare la Lega. A suo modo ha delineato i contorni di quella destra liberale, di impronta europea, cui intende ispirarsi. E chissà se ha fatto bene Berlusconi a lasciare così scarsi margini di dialogo. A non voler abbandonare nemmeno per un’istante l’idea del partito visto quasi come un’azienda di famiglia.
Se la scommessa riguarda la convivenza di due destre, di due modi differenti di concepire il rapporto con l’Italia moderata, la giornata di ieri non promette nulla di buono. Benché il premier abbia concesso qualcosa proprio sulle riforme, riconoscendo che devono essere «condivise». Un punto caro a Fini non meno che a Napolitano.
Si dirà. È possibile che l’esperimento sia destinato a concludersi abbastanza presto, dando luogo a una separazione consensuale che sarebbe vissuta come la fine di un equivoco. Tuttavia per il momento fanno fede i dati politici che hanno concluso una brutta giornata. E questi dati sono che Fini resta presidente della Camera, mentre nel partito nasce per la prima volta una piccola minoranza. Che di fatto sarà «organizzata». Al netto della rissa e del risentimento berlusconiano, la storia del centrodestra riparte di qui. Sarà difficile estirpare e cancellare il dibattito sui temi proposti dal presidente della Camera. Molto simili, in alcuni casi, a quelli propugnati da Casini, altro interprete dell’area moderata e predecessore di Fini a Montecitorio.
Il presidente del Consiglio ieri non è entrato nel merito, si è limitato a ricordare a tutti chi è il monarca regnante del Pdl. Già in passato il monarca aveva subito delle contestazioni, come sa chi conosce la travagliata storia dell’Udc. Mai però dall’interno del suo partito, come è avvenuto ieri. Siamo entrati quindi in un terreno inesplorato. E Berlusconi è consapevole di dover muoversi con qualche prudenza, aldilà degli scatti emotivi. Per non rischiare di trovarsi alla fine faccia a faccia con il suo ultimo alleato. Il più leale, ma anche il più difficile da gestire: Umberto Bossi.
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