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«Si va avanti. Abbiamo venti mesi davanti e dobbiamo completare le riforme che mancano. A cominciare da quella istituzionale». Silvio Berlusconi è convinto che la strigliata alla Lega del giorno prima e il chiarimento telefonico con Bossi abbiano prodotto gli effetti sperati, e che la maggioranza possa reggere sino al 2013. A tranquillizzarlo, durante il weekend trascorso in Sardegna, i report di una pattuglia di parlamentari mandati nei giorni scorsi a sondare l'umore degli eletti del Carroccio. Il barometro non segna altre bufere, almeno a breve, c il rifinanziamento delle missioni militari dovrebbe passare senza scossoni a palazzo Madama. Così come verrà votato al Senato, prima dell'estate, il processo lungo. Anche se probabilmente depurato della norma che sospenderebbe il processo-Ruby in attesa del conflitto d'attribuzione.
Il resto si affronterà a settembre e, ovviamente, a colpi di fiducia in modo da bloccare ogni iniziativa leghista. A settembre, probabilmente, anche la nomina del successore di Alfano alla Giustizia, visto che per domani Berlusconi ha organizzato un altro mega summit del Pdl per discutere dei nomi dei possibili Guardasigilli (La Loggia, Nitto Palma, Brunetta), che mercoledì il capo dello Stato lascerà Roma per un breve periodo di riposo e che giovedì Alfano è atteso al convegno dei Radicali sull'emergenza-carceri. Andare avanti, per non cadere, sembra essere l'unica alternativa in mano al Cavaliere che in sostanza sfida la Lega a sottrarsi all'alleanza e agli obblighi presi con gli elettori. Berlusconi è convinto che Bossi abbia ancora sufficiente forza per garantire lealtà all'alleanza, ma teme la strategia del logoramento messa in atto da una pattuglia di «guastatori-padani». Berlusconi intende riprendere l'iniziativa impegnando la sua maggioranza a varare una serie di riforme che ancora giacciono nel cassetto. A cominciare dalle intercettazioni, e finendo con il ddl costituzionale che affronterà temi istituzionali come la fine del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari e dei privilegi della casta. In sostanza sarà questo il modo attraverso il quale il premier pensa di cavalcare l'ondata di antipolitica in modo da scaricare, se non cancellare, i temi dell'economia e della crisi dall'agenda del dibattito politico. Inoltre l'argomento della riforma istituzionale, proprio perché completa e integrala riforma federalista, dovrebbe essere una potente occasione per stabilizzare il rapporto con la Lega.
A settembre però la maggioranza sarà alle prese con un altro caso che rischia di cozzare con «il partito degli onesti» evocato da Alfano. La richiesta d'arresto per il deputato del Pdl Marco Milanese potrebbe riaprire un dibattito interno alla maggioranza. Stavolta però l'ala maroniana della Lega potrebbe non essere la sola ad issare il vessillo del «partito degli onesti», se è vero che altrettanto farà la componente che fa capo al sindaco di Roma Gianni Alemanno e raccolta nella fondazione Nuova Italia che si riunirà a settembre ad Orvieto. Forse un modo per rispondere alla chiassosa inaugurazione leghista di tre stanzette spacciate per sedi ministeriali, o permettere i riflettori su una vicenda che, insieme alla mozione di sfiducia contro il ministro Romano, rischia di creare più di un problema alla maggioranza. Comunque sia, «malgrado i segnali che in maniera esplicita ed implicita gli sono arrivati anche da dentro il suo partito, non sembra abbia intenzione di mollare», ragiona il finiano Benedetto Della Vedova. Ed in effetti al passo indietro il Cavaliere non ha mai pensato convinto non solo di poter reggere sino al 2013, ma di potersi comunque ricandidare in assenza di leadership alternative. Tutto ciò fa tirare un sospiro di sollievo a ministri come Rotondi - che sottolinea come «la strategia dell'opposizione non vada oltre un tentativo di ribaltone» - ma preoccupa la corposa pattuglia dei parlamentari che da mesi si interrogano se la strategia del Pdl e del suo leader sarà in grado di riportarli in Parlamento, e avanzano anche dubbi sulla possibilità di rilancio del Pd]. Anche perché la riunione dei coordinatori della scorsa settimana non ha pro dotto quel «rimettiamo tutti le cariche in mano al segretario», evocato e promesso durante l'ultimo consiglio nazionale da un berlusconiano di lungo corso come Mario Valducci.
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