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Bisogna modificare i Trattati dell'Unione europea? La risposta a questa domanda rischia di diventare la fiera del «lo avevamo detto». Quando nel dicembre del 2007 a Lisbona furono licenziati i trattati attualmente in vigore, il Trattato sull'Unione (Tue) e quello sul funzionamento dell'Unione (Tfue), molti capi di stato e di governo, prima fra tutti la cancelliera Merkel, dichiararono solennemente che il processo di integrazione era concluso e che i testi freschi d'inchiostro sarebbero durati «almeno per vent'anni». Incauti. Meno di un anno dopo l'inizio della prima crisi finanziaria mondiale aveva già fatto capire che non era affatto così: gli strumenti che sarebbero necessari all'Europa per rispondere alla crisi dentro al Tue e al Tfue non ci sono. Storia vecchia: dall'Atto Unico (1986) in poi, tutti i Trattati europei sono stati superati dai fatti nel giro di pochi anni, talvolta di pochi mesi. Tant'è che da allora se ne sono cambiati ben quattro. E che anche Lisbona non vada più bene è dimostrato dalle complicazioni infinite create dal fatto che ci sono 17 paesi che hanno una moneta unica e poi ciascuno una politica economica e fiscale che deve essere coordinata con gli altri 16. E in più questi 17 paesi debbono convivere nelle stesse istituzioni con altri dieci che la moneta unica o non la vogliono o non possono permettersela. Un quadro tanto complicato che qualcuno sostiene, come ha fatto recentemente il finanziere George Soros, che sarebbe più semplice abolire i Trattati esistenti e negoziarne uno del tutto nuovo.
È molto difficile che si arrivi a tanto. Già le modifiche dell'esistente sono oggetto di duri contrasti tra i diversi paesi e tra i paesi e le istituzioni dell'Unione, soprattutto Commissione e Parlamento europeo. L'attuale governo tedesco per esempio vorrebbe un trattato che impegnasse i paesi dell'Eurozona a creare un segretariato o comunque una struttura comune in grado di indicare gli obblighi alla disciplina di bilancio dei 17 e di comminare sanzioni a chi non li rispetta. A questo supernucleo all'interno della più vasta Unione a 27 si dovrebbe arrivare con il metodo intergovernativo, ovvero con negoziati tra gli stati in cui, come tutti capiscono, il peso della Germania sarebbe preponderante.
Il metodo intergovernativo è quello che è stato adottato per la creazione del fondo salva-stati e che ha portato al rischio che la bocciatura anche di un solo paese mandasse tutto per aria. A volerlo è stata proprio la cancelliera Merkel. Ieri il suo ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha proposto la convocazione di una conferenza intergovernativa che, secondo lui, garantirebbe, chissà perché, «trasparenza» alle riforme. Una strada che verrebbe sicuramente bloccata dal parlamento europeo, il quale non rinuncerebbe certamente al ricorso all'articolo 48 del Tfue, che riserva alla Commissione Ue e allo stesso Parlamento europeo il diritto di promuovere una Convenzione, composta da parlamentari nazionali ed europei, personalità indicate dalla Commissione e dai governi nazionali, per discutere eventuali modifiche.
Sorvoliamo sulle complicazioni tecnico-giuridiche e vediamo i contenuti. Le modifiche che più o meno tutti ritengono necessarie riguardano essenzialmente i meccanismi della «governance economica», brutta espressione per indicare gli organismi che manovrano a Bruxelles e a Francoforte le leve delle politiche economiche e fiscali. Il governo di Berlino, coerente con la propria impostazione, li vorrebbe sostanzialmente in mano ai governi, i quali agirebbero tramite il consiglio. La Commissione li rivendica per sé e il Parlamento europeo chiede che venga fatto valere il suo diritto di codecisione. La politica comune sui mercati verrebbe esercitata dall'Esm, il meccanismo di stabilità che sostituirà l'attuale fondo salva-stati (ormai salva-banche) Efsf. Non ci sarebbe un ministro dell'Economia o delle Finanze europeo, che sarebbe invece necessario perché la cosa funzioni davvero, come hanno ribadito recentemente un centinaio di autorevoli esponenti dell'economia e della politica europea tra cui Joschka Fischer, Timoty Garton Ash, Emma Bonino, Jean-Luc Dehaene, Daniel Cohn-Bendit.
Ma le riforme della governance potrebbero funzionare senza un salto di qualità nell'integrazione istituzionale? O ci si ritroverebbe presto con un Trattato di nuovo arretrato rispetto alla realtà dei processi economici e sociali? Molti ritengono che la discussione sulla modifica, che potrebbe cominciare in sede di Convenzione già l'anno prossimo (la crisi galoppa e bisogna starle dietro), non potrebbe evitare i temi politici-istituzionali: la politica estera comune, le competenze dell'Unione, l'ampliamento del voto a maggioranza. Il problema è sempre lo stesso: la crisi che stiamo vivendo mostra sempre la necessità di risposte che prevedano più Europa e meno politiche nazionali. Il metodo intergovernativo va nella direzione opposta ed è tutt'altro che «trasparente». È anche un problema di democrazia.
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