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Al direttore - Quando il Partito radicale, allora saldamente borghese, cascò tra le braccia di Marco Pannella e di noi quattro gatti, e dovemmo assumercene la difficile responsabilità, pensammo di utilizzare anche il termine "compagno"; sottraendolo all'egemonia della sinistra e restituendogli il suo sapore originario, umanitario e libertario. Noi Radicali, tutti o quasi di scuola e origini liberali, ci chiamammo dunque "compagni" e, insieme, "amici". Non fummo capiti, facemmo scandalo. Abbiamo perseverato, scavando e riportando in vita tutte le implicite, e spesso tradite o abbandonate, possibilità semantiche, ideali, storiche del termine, Le trovammo sempre consonanti con le iniziative via via praticate, sempre (come credo ci sia riconosciuto) in pieno spirito liberale. Abbiamo perseverato per mezzo secolo. Non capisco ora la proposta di Nichi Vendola, di dismettere il termine "compagno" assieme ad altri divenuti, a suo dire, desueti e inadatti all'affabulazione della modernità. Trovo che sia un atteggiamento snobistico. Di quell'antico, nobile termine, io non mi vergogno affatto. Cordialmente.
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