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«Nella sezione femminile, le donne sono quasi tutte vittime di tratta di esseri umani a scopo sessuale. Irregolari. Ma non dovrebbero stare lì, la legge, pensata per proteggerle dai loro sfruttatori, dice che hanno diritto a un permesso di soggiorno per motivi sociali: articolo 18 della legge Turco Napolitano, puntualmente disatteso», racconta Carla Fermariello, avvocato della cooperativa sociale Be Free, che assiste le donne del Cie romano di Ponte Galeria.
«I pestaggi della polizia sono all'ordine del giorno», denuncia Ilaria Scovazzi, responsabile Immigrazione di Arci Milano, che l'ultima volta ha visitato il Cie di via Corelli lo scorso 2 maggio: «Come all'ordine del giorno sono i tentati suicidi, diritto di difesa negato, abuso di psicofarmaci». E poi il cibo scarso, i luoghi che sembrano dei campi di prigionia a cielo aperto. Ecco, quello che non si deve sapere dei Cie. Lo hanno raccontato in prima persona anche i cronisti, violando i divieti che ora si fanno ancora più stringenti.
«Al fine di non intralciare le attività rivolte agli immigrati provenienti dal Nord Africa», recita la circolare ministeriale 1305 che dal 1 aprile scorso vieta in modo ancora più categorico che in passato l'accesso alla stampa non solo nei Centri di identificazione ed espulsione, ma anche nei Centri d'accoglienza, utilizzati per i tunisini e i profughi che provengono dalla Libia. «In tutte le strutture presenti sul territorio», recita sinteticamente la circolare, che autorizza d'ora in poi l'accesso solo ad alcune organizzazioni umanitarie: Unhcr, Oim, Croce Rossa, Amnesty, Medici Senza Frontiere, Save The Children, Caritas. La stampa no. È esclusa perché «intralcia».
«Ma noi giornalisti non intralciamo nessuno, chiediamo solo di fare il nostro mestiere, semmai è il ministro Maroni che intralcia la credibilità delle istituzioni con queste misure», replica il segretario della Federazione nazionale della stampa, Roberto Natale, che oggi chiama tutti a raccolta davanti ai Cie della penisola per protestare contro il divieto di cronaca. «Non ci sono solo i dolori privati di Avetrana o dell'omicidio Rea», ricorda ancora Roberto Natale: «I giornalisti italiani rivendicano il diritto-dovere di fare cronaca, anche sui temi dei diritti umani».
Ci saranno parlamentari, giornalisti, immigrati, rappresentati delle associazioni. «LasciateCie entrare», recita lo slogan della mobilitazione a cui hanno aderito anche l'Unità e il Pd.
L'appuntamento per tutti è alle 11 di questa mattina davanti ai cancelli dei Cie. Da Gradisca a Lampedusa. Da Trapani a Milano, Modena, Bari, Torino. I parlamentari chiederanno di visitare i Cie. L'elenco di quelli che hanno aderito è lungo. Da Jean Leonard Touadì a Rosa Calipari, da Livia Turco a Furio Colombo, etc.. E poi Beppe Giulietti, l'Idv Leoluca Orlando, il radicale Perduca, i futuristi Flavia Perina e Fabio Granata. Alcune delegazioni visiteranno anche il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo e i centri di prima accoglienza di Lampedusa, Porto Empedocle (Ag) e Cagliari, che pure dal primo aprile sono interdetti alla stampa.
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