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Evocare il rischio dell'Apocalisse non è certo un'immagine lieve e rassicurante. Tanto meno per un politico. Ancor meno se il politico in questione è il presidente del paese più potente del mondo. Se Obama ha fatto ricorso a un'immagine così forte nell'ultimo week-end forse non è stato solo per forzare la mano ai repubblicani, che hanno la maggioranza in parlamento. Il contenzioso fra presidente e maggioranza parlamentare sulle misure economiche può provocare in teoria il blocco dei pagamenti statali, ma non è l'Apocalisse. Anzi è già successo con Clinton, e infondo è durato solo due o tre giorni. Poi tutto è tornato a posto e "le magnifiche sorti e progressive" della new economy si sono dispiegate fino all'inevitabile bolla. Del resto cos'è il capitalismo se non alternanza di sviluppo e crisi, con in mezzo stagnazioni? L'ha magistralmente spiegato un vecchio di Treviri che pure ha sbagliato più di una ricetta. Ma nessun economista è mai riuscito a capire prima quando è il momento del cambio di fase. Al politico toccherebbe la prudenza.
Eppure Reagan quando gli dissero che il debito pubblico era troppo cresciuto rispose che era meglio così perché finalmente poteva tornare a casa da solo. Le barzellette furono celebrate insieme all'incoscienza e tutto ciò venne chiamato “Reaganomics”. La sinistra non seppe contrapporvi che la conservazione o l'imitazione pallida. Ora farebbe bene a guardare con più solidarietà ai problemi che Obama deve affrontare. Dopo Reagan e i Bush, certo. Ma anche dopo Clinton.
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